24 Giugno 2011

Il progetto di skidome, ovvero pista e parco della neve al coperto, vuole trasformare il Selvino in una sorta di circo di cui non saranno certo né la pianura né la città a guadagnarci, ma solo la spregiudicata minoranza del grande business.
di Anna Carissoni
E’ la solita storia. La montagna ridotta a luna-park per cittadini incalzati dallo stress e dalla noia, oppure a deserto imbalsamato fatto di parchi e di riserve. Una civiltà urbana sempre più presuntuosa, sempre più disorientata e sempre più eterodiretta, che tanto avrebbe bisogno della lezione di ecologia umana e di libertà della montagna, impone invece a quest’ultima un progresso apparente, trasformandola in un non-spazio, un polmone,verde o bianco fa lo stesso, non da vivere, ma in cui sfogare le nevrosi accumulate salendo e scendendo per le scale mobili, spingendo un carrello all’ipermercato e lavorando davanti a un video…. Una sorta di circo di cui, del resto, non saranno certo né la pianura né la città a guadagnarci, ma solo la spregiudicata minoranza del grande business.
Insomma la pretesa di adattare la montagna alle esigenze di animali sempre più viziati, ignari, per giunta, dei sistemi complessi di cui non riescono a decifrare i meccanismi da cui dipendono, perché la civiltà di massa promette libertà e indipendenza ma non accetta che altre persone – i montanari veri, non quelli che si svendono per i più svariati e solitamente poco nobili motivi – vogliano essere liberi di vivere e di gestire in libertà un territorio che considerano loro.
La centralità sulle Alpi si è spostata dall’uomo all’ambiente, come se le due cose fossero scindibili e contrapposte: non si è pensato che la montagna rimane viva solo se ci restano le persone, la gente che riesce a sentirsi viva anche senza seguire le mode e i modelli che vengono dal piano, la dignità e la serietà di vita che significano senso di identità e di appartenenza ad una comunità, solidità di affetti, concretezza, amore per il lavoro ben fatto, cura assidua della natura, comunicazione e simbiosi con essa. Qui da noi, per indicare gli animali tenuti sempre a stalla, abituati a cibo standard, a orari fissi, a movimenti limitati e ripetitivi, si parla di “rassa staléssa”, razza da stalla, incapace di autocontrollarsi e di autogestirsi e perciò potenzialmente autolesionista. Una razza, insomma, incapace di pensare con la propria testa, la cui esistenza è programmata dagli altri in funzione del loro vantaggio economico…. La razza che viene allevata nei grandi centri urbani, certo, ma alla quale anche noi montanari assomigliamo sempre di più. E per entrambi questi mondi la questione non è da poco perché attiene all’idea stessa di libertà, che nelle terre alte è sotto attacco da un pezzo, ma che anche nella metropoli sta venendo meno, sostituita dai lustrini, dalla pubblicità, dalle televisioni e dai reality.
Di fronte ad iniziative come quella di Selvino torna attualissimo il pensiero di Gianfranco Miglio, secondo il quale la montagna è ad un bivio: ispirare al resto della società modelli utili a ripensare la gestione dello spazio e delle risorse, comprese quelle umane, oppure essere definitivamente cancellata come realtà sociale, ridotta ad un supporto fisico, colonizzato, sia materialmente che simbolicamente, dalla cosiddetta “civiltà” megapolitana. E quale delle due ipotesi sia la più accreditabile mi sembra purtroppo drammaticamente chiaro.
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