15 Gennaio 2010
L'Espresso pubblica un filmato che documenta la tragica fine degli immigrati espulsi dalla Libia, così come prevede l'accordo siglato tra Berlusconi e GheddafiLe mani nere sollevate ad afferrare l'aria. Pochi passi oltre, il vento sulla camicia anima la smorfia dell'ultimo respiro di una donna. E subito accanto, il corpo di un ragazzo ancora chino nella preghiera da cui non si è mai rialzato. Muoiono così gli immigrati. Così finiscono gli uomini e le donne che non sbarcano più a Lampedusa. Bloccati in Libia dall'accordo Roma-Tripoli e riconsegnati al deserto. Abbandonati sulla sabbia appena oltre il confine. A volte sono obbligati a proseguire a piedi: fino al fortino militare di Madama, piccolo avamposto dell'esercito del Niger, 80 chilometri più a Sud. Altre volte si perdono. Cadono a faccia in giù sfiniti, affamati, assetati senza che nessuno trovi più i loro cadaveri. Un filmato però rivela una di queste stragi. Un breve video che 'L'espresso' è riuscito a fare uscire dalla Libia e poi dal Niger. Un'operazione di rimpatrio andata male. Undici morti. Sette uomini e quattro donne, da quanto è possibile vedere nelle immagini.
Il video è stato girato con un telefonino da una persona in viaggio dalla Libia al Niger lungo la rotta che da Al Gatrun, ultima oasi libica, porta a Madama e a Dao Timmi, avamposti militari della Repubblica nigerina. È la rotta degli schiavi. La stessa percorsa dal 2003 da decine di migliaia di emigranti africani. Uomini e donne in cerca di lavoro in Libia, per poi pagarsi il viaggio in barca fino a Lampedusa. Secondo la data di creazione del file, il video è stato girato il 16 marzo 2009 alle 12.31. L'ora centrale della giornata è confermata dall'assenza di ombre nelle immagini. L'uomo che filma è accompagnato da una pattuglia militare. Per una breve sequenza, si vede un fuoristrada pick-up con una mitragliatrice. Le 11 persone morte di sete sarebbero arrivate fino a quel punto a piedi. Si sono raccolte vicino a una collina di rocce e sabbia. Forse speravano di avvistare da quell'altura un convoglio di passaggio e chiedere aiuto. Addosso o accanto ai cadaveri, scarpe e pantaloni di marche che si comprano in Libia. Intorno non ci sono altri fuoristrada o camion. Non ci sono strade né piste battute. È una regione del Sahara in cui ci si orienta solo con il sole e le stelle.
[...]
Nell'incontro Berlusconi e Gheddafi non parlano solo di immigrazione. Discutono di affari personali, dei 5 miliardi di dollari in vent'anni a carico dell'Eni per il risarcimento dei danni di guerra, di contratti per il petrolio e il gas. Tripoli offre subito un segnale di buona volontà e rispedisce verso il Niger centinaia di migranti rinchiusi nel campo di detenzione della base militare di Al Gatrun. Forse i cadaveri filmati con il telefonino sono la tragica conclusione di una di quelle operazioni. Al Gatrun e Agadez sono separate da 1.490 chilometri di deserto. Dieci giorni di viaggio e in mezzo una sola oasi, Dirkou. Fino a quando non si entra ad Agadez non si può dire di essere sopravvissuti al Sahara. Ma la polizia e l'esercito libici di Al Gatrun non si sono mai preoccupati della sorte degli stranieri una volta lasciati al di là del confine con il Niger. Gli immigrati espulsi vengono scaricati dai camion militari e costretti a proseguire a piedi. Oppure sono affidati ai trafficanti che spesso li abbandonano molto prima di arrivare a destinazione. Dalla linea di frontiera tratteggiata sulla carta geografica, la prima postazione militare del Niger è solo Madama, a 80 chilometri di colline e avvallamenti senza pozzi. Non c'è altro. Ottanta chilometri in cui, persa la rotta e abbandonato il bidone d'acqua per camminare leggeri, si è destinati a morire. Già nel 2005 'L'espresso' aveva scoperto che le operazioni di rimpatrio verso il Niger, dopo il primo accordo tra Berlusconi e Gheddafi, avevano provocato 106 morti in quattro mesi. Ed erano soltanto le cifre ufficiali. Come i 50 schiacciati da un camion sovraccarico che si è rovesciato. Oppure il ragazzo del Ghana mai identificato, sbranato da un branco di cani selvatici durante una sosta a Madama. E le tre ragazze nigeriane morte di sete o le15 raccolte in fin di vita con quattro uomini da un convoglio umanitario francese, dopo essere state abbandonate. Tutti condannati a morte da chi aveva organizzato il loro rimpatrio.
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Commenti
La notizia diramata dall'istituzione carceraria parla di suicidio; nient'altro, per ora, è dato sapere.
El Abbouby era *uno dei 14 rivoltosi di Corelli arrestati ad agosto* e che, insieme ai suoi compagni di lotta, rivendicandosi la rivolta, aveva denunciato l'aberrazione dei CIE e il comportamento inqualificabile dell'Ispettore-capo Vittorio Addesso, resosi protagonista di violenze sessuali contro Joey (la detenuta nigeriana il cui caso è stato conosciuto in tutta Italia e che attualemnte si trova nel carcere di Como).
In attesa che (non) venga a galla la verità sulla morte di Mohammed, (ciò che non torna è il fatto che gli mancasse ormai solo un mese di
carcere) , il nostro pensiero va alla manifestazione di Livorno, che si troverà costretta ad allungare di una persona, le proprie ragioni .
*Esprimiamo quindi tutta la nostra rabbia e il nostro dolore per la perdita di un compagno che ha pagato con la vita il suo coraggio* (e che si trattasse di un compagno non in senso lato crediamo sia testimoniato dalla sua lettera inviata al comitato, che alleghiamo), *ennesima vittima del razzismo di uno stato che semina morte in ogni dove, in nome della democrazia imperialista che rappresenta*.
Speriamo almeno che la sua morte possa servire a riscaldare i cuori e gli animi di coloro che, forse divorati dall'asseuefazione, ritengono ancora che la lotta contro i CIE assuma un senso poco più che simbolico, o che sia una battaglia specifica, proprietà politica di una qualche parrochia in cerca di gloria o rappresentanza.
L'occasione per ricredersi sarà* il processo di martedì 19 gennaio*, in cui potrebbe compiersi l'ennesima ingiustizia contro dei proletari inermi.
Facciamo in modo che il nostro compagno non sia morto invano e che sia davvero una giornata di lotta. Dedichiamo quella giornata a Mohamed El Abbouby.
*Martedì 19 gennaio, ore 9,30: Tutti in aula al Tribunale di Milano!
comitato antirazzista milanese*
*******
Lettera di Mohamed El Abbouby (incarcerato ad agosto). Spedita il 14 dicembre 2009
Carissimi
Oggi stesso ho ricevuto la lettera e i fogli di giornale, mi ha fatto moltissimo piacere, così almeno riesco ad essere aggiornato sui fatti attuali. Vi ringrazio di aver reso di pubblico dominio il mio caso.
Anche se mi sento fisicamente depresso sto bene. Come voi lotterò per la giusta causa fino al mio ultimo respiro, contro gli sfruttatori di noi proletari. Prima o poi la verità verrà a galla. Non possiamo che vincere, sapendo che il prezzo sarà salato. Ma ne vale tutto il sacrificio.
Che dire di questo governo razzista, senza idee per la gioventù, che, secondo logica, è il futuro di ogni nazione. Senza giovani lavoratori non si possono incassare le tasse, e senza tasse addio pensioni.
Comunque nella mia prossima missiva sarò molto più esplicito e dettagliato a proposito del mio passato e della mia persona.
Buone feste a tutti i ragazzi, auguri
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